Il work-life balance: dipendenti più felici sono più produttivi

Trovare il giusto equilibrio tra vita privata e lavoro non è facile, il termine work-life balance indica il livello d’integrazione tra attività quotidiane, legate alla sfera personale, e occupazione. Il concetto di equilibrio soddisfacente tra le molteplici dimensioni che caratterizzano la vita (in primis quelle personale e professionale) è entrato a far parte del vocabolario delle aziende sia di grandi dimensioni che di quelle piccole o medie.
L’Italia, per quanto riguarda l’adozione di politiche di welfare all’interno delle imprese, è ancora un po’ indietro rispetto alle altre nazioni, ma l’interesse sta aumentando.

I dipendenti più felici sono più produttivi e l’attività ne ha un ritorno anche in termini economici.

Il concetto di work-life balance è molto ampio, in generale descrive le priorità che si assegnano a una giornata: quanto tempo dedicato al lavoro, quanto alla vita privata e si mettono in rapporto tra loro. Un buon work-life balance è quando c’è la sensazione di una soddisfazione complessiva rispetto a quanto fatto, le energie spese e gli obiettivi raggiunti.
Non esiste un modello uguale per tutti e non esiste un modello giusto o sbagliato. È un processo in continua evoluzione influenzato dalle fasi di vita: età, generazione di appartenenza (baby boomer, generazione X o Millennials), valori di una persona. Il tutto in continuo cambiamento. Le ricadute pratiche del work-life balance per i lavoratori sono l’orario flessibile o forme alternative di prestazione professionale come il job sharing o il telelavoro.
In una piccola e media impresa, tutti i componenti del team di lavoro sono indispensabili, a prescindere dal ruolo che ricoprono.
La generazione dei baby boomer (quella più senior nel mondo del lavoro) ha ovviamente dei bisogni di bilanciamento tra carriera e vita privata dalla generazione X (40-50enni single o con famiglia) e poi ci sono i Millennials (nati nell’ultimo ventennio del secolo scorso) che cercano ambienti professionali che li valorizzi senza chiuderli in uno spazio chiuso (amano coworking e smartworking).
Bisogna quindi parlare con i dipendenti per realizzare un piano di lavoro efficace, dimenticando l’organizzazione pensata in maniera top down. Il principale obiettivo dell’azienda dovrebbe essere dialogare con i collaboratori, verificare quali siano le loro reali esigenze e aspettative e costruire insieme risposte efficaci.
Alcuni interventi sono a costo zero e richiedono solo un investimento in termini di tempo e attenzione: da una gestione attenta dei congedi, per esempio concordando con il dipendente i tempi del rientro, alle esigenze di flessibilità dell’orario.
Un buon equilibrio garantisce a chi lavora: gestione dello stress e relativa diminuzione delle situazioni di tensione, maggior coinvolgimento e impegno nel lavoro, concentrazione nei confronti dei risultati da raggiungere, un incremento della motivazione al lavoro e una riduzione del tasso di abbandono.

L’impegno in programmi di welfare offre molteplici ritorni positivi anche in termini economici per le aziende. A certificarlo è una ricerca della società internazionale di consulenza manageriale McKinsey & Company. Lo studio ha mostrato come, politiche rivolte al benessere dei dipendenti, permettano: di ridurre le assenze e le malattie fino al 15% con un risparmio annuo di circa 1.350 euro per dipendente; pianificare meglio le giornate lavorative; aumentare di circa il 5% la produttività che equivale a una riduzione della spesa di circa 1.600 euro a persona e diminuire i mesi di congedo per la maternità con rispettivo recupero di 1.200 euro per occupato.
Fonte: insiemeper.eu

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