Verso il consenso informato integrato

A Norimberga, il 20 novembre 1945, si apriva il processo ai medici nazisti e venne stilato un codice nel quale i giudici inquadrarono in modo molto chiaro la visione della ricerca e della tecnologia medica: la scienza non deve mai considerare o trasformare la persona umana in uno strumento utilizzato per raggiungere solo scopi scientifici; agli Stati Uniti viene per questo motivo attribuita la paternità del consenso informato, il cui scopo iniziale è stato quello di conferire la giusta dignità all’ indipendenza del paziente in corso di decisioni e di scelte mediche (Christianson et al., 1990).

Negli Stati Uniti la casistica su questo argomento, infatti, ha inizio nel XVIII secolo con problematiche rivolte e limitate al solo e semplice diritto da parte del paziente a dare il proprio assenso all’azione sanitaria, per poi svilupparsi concettualmente lungo un itinerario scandito da celebri casi giudiziari, fino a giungere, nel XX secolo, all’Informed Consent, termine che presuppone ed ingloba non solo l’importante e fondamentale autonomia decisionale del paziente, che discende dal diritto sulla propria persona, ma anche l’essenziale elemento oggettivo costituito dall’informazione (Mallardi, 2005).

In Italia, in particolar modo negli ultimi decenni, il tema del consenso informato si è sviluppato in modo rilevante; agli inizi degli anni Novanta si assiste ad una serie di vicende giudiziarie per responsabilità medica fortemente condizionate dalle influenze anglosassoni che hanno posto sotto i riflettori l’atteggiamento fino a quel momento paternalistico della medicina, avviando così il processo di empowerment del cittadino, per arrivare ad identificare il paziente come “soggetto” e non più come “oggetto” delle cure (D’Addio et al., 2010); in quest’ottica dunque si può inquadrare il ruolo dell’infermiere per ciò che concerne l’acquisizione del consenso informato; l’autonomia dell’assistito è centrale nel codice deontologico infermieristico vigente in Italia sebbene quando si parla di consenso informato, culturalmente si è portati a riferirlo esclusivamente alla figura medica.

In realtà la professionalizzazione dell’attività assistenziale fa sì che il medico non sia più l’unico professionista chiamato ad occuparsi di informazione e scelte consapevoli rispetto agli interventi sanitari; così, mentre in altri Paesi si ha da circa un decennio il superamento dell’approccio “monoprofessionale” al consenso informato (Leino-Kilpi et al., 2003), in Italia si è ancora legati al consenso centrato sulla specifica prestazione medica.

La situazione italiana è caratterizzata da una scarsa o assente consapevolezza del consenso informato quale evento che riguarda ogni professionista e non solo il medico; in altre parole, mentre vi è una vasta letteratura e ricerca sul consenso informato medico, raramente si trovano riferimenti ad altri contesti professionali sanitari.

E’ certo che questo tema è solo uno degli aspetti salienti di una professione, quella infermieristica, che sta prendendo consapevolezza di sé nei percorsi clinico-assistenziali che interessano il cittadino. Si può considerare sintomo interessante per comprendere lo stato di salute di un’intera comunità professionale rispetto alla consapevolezza del proprio ruolo nella società e alla risposta puntuale alla propria mission professionale.

Sebbene non prioritaria rispetto ad altre, la questione del consenso informato offre la possibilità di risalire dai comportamenti dei sanitari ai loro principi e alle loro convinzioni.

Effettuando una revisione della letteratura sul tema si riscontra una importante discrepanza tra ciò che il consenso informato è nella realtà, e ciò che dovrebbe essere all’origine. La spiegazione di questo risale in alcuni fenomeni collegati ed intersecati tra di loro, a cui è necessario dedicare attenzione: il mondo sanitario italiano è ancora caratterizzato da una asimmetria professionale, e da ciò è derivata un’attenzione pressoché unica al fenomeno in ambito medico, mentre è scarsamente rintracciabile nella letteratura italiana un qualsiasi riferimento al consenso informato infermieristico (se si esclude il fenomeno dell’infermiere quale veicolante il consenso informato per prestazioni mediche). Se è in parte comprensibile che questa sia la considerazione comune da parte dei non addetti ai lavori, lascia perplessi il fatto che gli infermieri non abbiano nulla da dire a riguardo.

Ancora oggi l’identificazione dell’infermiere quale professionista è incerta, sia per i rimandi esterni, che spesso sono allineati a precedenti identità infermieristiche, sia per una riconversione di identità non facile da sostenere per i quasi 400.000 infermieri italiani; basti ricordare che la maggior parte degli infermieri tutt’oggi operativi ha acquisito il proprio titolo professionale in un’era in cui erano le Scuole Regionali a costruire questa arte “ausiliaria”. Le conquiste culturali di questa professione necessiteranno quindi di decenni per transitare verso una nuova identità (Pomari, 2009).

In uno scenario difensivistico come quello attuale si è spinti a considerare la singola prestazione quale punto di riferimento per l’acquisizione del consenso informato. Se la base di riferimento fosse la singola prestazione, si assisterebbe ad un moltiplicarsi di consensi e all’eccessiva burocratizzazione del percorso assistenziale e del rapporto tra infermiere e paziente.

I dati che emergono dalla revisione dei principali contributi sul consenso informato rintracciabili in letteratura infermieristica mostrano chiaramente il disorientamento e l’inconsapevolezza degli infermieri rispetto al fenomeno.

La ricerca in Italia, svolta da un unico studio nel 2008 e pubblicato nel 2010, vuole gettare le basi per un monitoraggio del fenomeno, soprattutto in termini confrontabili nel tempo e tra diverse realtà; mostra, in altre parole, una prima fotografia che mette in luce limiti importanti: le indagini svolte sul tema sono specchi di realtà locali e limitate, in assenza di studi che possano rappresentare un bilancio di partenza per procedere a uno studio più attento del fenomeno; soprattutto vi si legge una incertezza di definizione: si distingue difficilmente anche nei quesiti di ricerca stessi, l’ipotesi da validare, per esempio la chiara definizione del consenso informato infermieristico distinto da quello medico o da altri.

Inoltre il ruolo dell’infermiere emerge in modo deviato: è a volte testimone, a volte il vettore dell’acquisizione del consenso, ma mai protagonista di un consenso informato rivolto all’intervento infermieristico.

Il consenso informato potrebbe diventare patrimonio della famiglia professionale infermieristica, per poi avviare la discussione verso il consenso di percorso e non di prestazione, ossia verso il consenso informato integrato anziché monoprofessionale.

L’impegno dei sanitari deve essere quello di fornire un’informazione integrata, attraverso la realizzazione di una comunicazione di team, a misura dell’assistito, quindi personalizzata. Questo  si  può  realizzare  ottimizzando  il  processo  attraverso  cui  le  informazioni  sono organizzate e quindi erogate

E’ chiaro che gli strumenti non potranno altro che coadiuvare e supportare il sanitario, che rimarrà centrale nella prestazione informativa: ogni assistito ha quesiti e bisogni specifici, unici e personali che richiedono ai professionisti la capacità di saper adottare linee di condotta differenti e saper scegliere quella più appropriata per affrontare la relazione con un particolare paziente: ne deriva che la relazione e il colloquio all’interno dell’équipe sono i segmenti essenziali.

D’altro canto, la comunicazione è riconosciuta come la chiave per migliorare il rapporto tra cittadini e operatori sanitari, come strumento alla base della trasparenza, del diritto all’informazione e dell’efficienza organizzativa che sono oggi i criteri base dei servizi socio-sanitari; parlare di comunicazione integrata quindi, come si è già detto nel capitolo precedente, include una nuova considerazione delle relazioni sanitarie, ripensate in una chiave strategica di responsabilità sociale, d’integrazione, di ascolto e d’interattività.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *