Qual’è la situazione della sanità oggi?!

Nel 2018 ricorre il 40esimo anniversario di tre importanti riforme: la legge 180 che ha rivoluzionato la logica manicomiale, affrontando la salute mentale senza la costrizione; la legge 194 che riconosce la tutela sociale della maternità e l’interruzione volontaria della gravidanza e infine la legge 833 che istituisce il Servizio Sanitario Nazionale che cambia radicalmente il diritto alla salute.
Prima del 1978 la sanità era basata sulle mutue prevedendo una copertura parziale della popolazione (lavoratori e familiari a carico), ma anche forti sperequazioni tra i beneficiari in quanto le quote contributive versate alle assicurazioni variavano in base al tipo di lavoro svolto con diversi livelli di accesso alle cure.
Ma qual’è la situazione della sanità oggi?!
Sicuramente ci sono meno risorse a disposizione, più centri di spesa, più disuguaglianza, più burocrazia, più interessi privati e corruzione, molti pensionati e disoccupati per usufruire di prestazioni mediche gratuite si devono rivolgere all’ambulatorio dei poveri che inizialmente era frequentato da immigrati.
Più di 12 milioni di italiani rinunciano alle cure per motivi economici, due rinunce su tre sono di chi ha una malattia cronica, chi ha un basso reddito, donne sole oppure persone non-autosufficienti.
Cittadinanzattiva denuncia la difficoltà da parte dei cittadini nella prenotazione delle visite specialistiche all’interno della finestra temporale per attività di controllo – ad esempio – della patologia cronica di cui soffrono, oppure per la finalizzazione della diagnosi di una patologia emergente, per l’impostazione o correzione della terapia farmacologica in riferimento a mutate condizioni di salute.
Con l’introduzione del superticket sulle prestazioni sanitarie, applicato in modo differente da ogni Regione, sono lievitati i costi per il cittadino. Nel 2011 è stato introdotto il superticket che prevede il pagamento di 10 euro di ticket su ogni ricetta per le prestazioni di diagnostica e specialistica.
Il superticket non si paga in Sardegna, Valle d’Aosta, nella provincia di Trento e Bolzano e in Basilicata. Viene invece applicato il costo di 10 euro per ogni ricetta medica che abbia un valore superiore ai 10 euro nel Lazio, nel Friuli Venezia Giulia, in Liguria, Marche, Molise, Abruzzo, Puglia, Sicilia e Calabria. In Campania, Piemonte e Lombardia il superticket viene applicato in maniera progressiva all’aumentare del valore della ricetta mentre viene modulato in base al reddito in Veneto, Emilia Romagna, Umbria e Toscana.
Le lunghe liste d’attesa non riguardano solo le prime visite e i primi esami necessari per diagnosticare una malattia emergente, ma si registrano anche per i controlli cui devono sottoporsi periodicamente i malati cronici. Il 40 percento degli italiani soffre di una patologia cronica e sempre più spesso è costretto a districarsi tra lunghe attese e spese. La soluzione per affrontare la cronicità si chiamano percorsi diagnostici-assistenziali come previsto dal recente piano nazionale cronicità, questi dovrebbero essere fatti su misura del paziente in modo che la struttura ospedaliera o ambulatoriale possa pianificare i controlli e gestire in tempi congrui gli appuntamenti. Ma il piano nazionale delle cronicità approvato undici mesi fa dalla Conferenza Stato-Regioni, non è stato ancora recepito da tutte le delibere regionali.
Nel 2050 secondo l’Istat un italiano su tre avrà più di 65 anni e l’assistenza domiciliare sarà l’unica soluzione possibile, oltre che la più efficace. Eppure ci sono regione come la Calabria in cui si assiste a casa meno di un decimo dei pazienti, la Valle d’Aosta garantisce servizi ADI allo 0.4 per cento degli ultra sessantacinque per cento, e tutti gli altri? Intasano i pronto soccorso.
Infine l’intramoenia finalizzata a ridurre le liste di attesa e a permettere, a chi intendeva avvalersene, di rivolgersi non alla équipe, ma al singolo professionista, in un regime di totale trasparenza, nell’ambito delle strutture aziendali a ciò deputate e in equilibrio con le attività istituzionali, ha autorizzato il medico ad esercitare anche in clinica privata se la Asl non gli mette a disposizione gli spazi  dentro le mura del nosocomio. Questa pratica sta portando alla luce episodi sempre più gravi di ladrocinio, di mascalzonaggine, di corruzione, di falso in atto pubblico, e nel migliore dei casi, di furbizia. Escludendo tutti quei bravi medici che applicano con rigore le regole – tuttavia i più rigorosi sono quelli che fanno l’intramoenia solo e soltanto dentro la struttura Asl – è proprio l’organizzazione di questa norma a permettere la truffa. Perché mancano i dovuti controlli, perché le Asl non sono in condizioni di farli, perché bypassare le norme è molto facile.
Trarre delle conclusioni è veramente difficile ma ognuno per quanto di competenza dovrebbe attivarsi affinché la conquista di alcuni diritti non porti a distanza di quarantanni il declino del Servizio Sanitario Nazionale.

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